Beni sottratti alle mafie, va migliorata la capacità di riassorbimento dei territori
Lasciando fuori dall’incipit dati, numeri e risultati - ottimi e in aumento costante - la relazione appena pubblicata dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata dà conto innanzitutto dei significativi cambiamenti occorsi negli ultimi due anni. Dovuti a tre novità normative come la legge 161/2017 che ha riformato il codice Antimafia (Dlgs 159/2011), il decreto Sicurezza targato Salvini (Dl 113/2018) e il nuovo regolamento di organizzazione dell’Agenzia (Dpr 9 agosto 2018 n. 118).
Ampliata la dotazione organica dell’Anbsc
Il cambiamento si è manifestato innanzitutto con un corposo ampliamento della dotazione organica dell’Agenzia da 30 a 200 unità di personale, con la possibilità di bandire altri concorsi per completarla. L’incremento è stato necessario per il costante aumento, negli anni, degli immobili da gestire e/o assegnare, ma è dovuto anche alla creazione di uffici dedicati alla gestione delle aziende sequestrate e confiscate.
Attività che in passato non rientrava nella competenze dell’Agenzia e che l’anno passato ha consentito di definire, per esempio, il complicato caso della tenuta di Suvignano in Toscana, azienda gravata da una situazione debitoria pesantissima e un poco trasparente intreccio societario, che è stato possibile salvare - assegnandola poi a un ente pubblico territoriale - grazie alle nuove norme e alla collaborazione tra istituzioni nazionali e locali.
All’ufficio centrale dell’Agenzia, a Roma, poi, il decreto Sicurezza ha «affiacato» le sedi di Palermo, Reggio Calabria, Napoli e Milano. I capoluoghi delle Regioni in cui si trovano la maggior parte dei beni sottratti alle mafie.
È evidente dai tanti discorsi di suoi diversi esponenti, che il governo punta molto sui buoni uffici dell’Agenzia per far sentire la presenza dello Stato nelle aree del Paese più esposte alla criminalità organizzata. E probabilmente lo fa con ragione, essendo gli immobili sequestrati, confiscati e poi assegnati a enti pubblici o del terzo settore, il frutto evidente della volontà e dell’impegno a riaffermare la forza delle istituzioni molto più di altre recenti iniziative che, al di là di proclami e invettive, poco potranno realmente incidere sulla sicurezza dei territori.
I dati
Veniamo ai numeri della relazione, descritti in diverse tavole e tabelle. L’aggiornamento dei dati è continuo e non bisogna andare molto indietro nel tempo per ricordare come i risulati attuali siano stati già «magnificati» all’atto della nascita del nuovo portale «Confiscati Bene 2.0», messo on line a novembre dall'associazione Libera con la collaborazione di OnData e Fondazione Tim, raccogliendo e fornendo open data aggiornati sui beni confiscati e sulla loro destinazione, così ontribuendo al «monitoraggio civico» che è dichiarato auspicio dell0’Anbsc (si veda il Quotidiano degli enti locali e delal Pa del 22 novrembre 2018).
Da novembre 2016, infatti, sono state 28 le conferenze di servizi indette, 44 le Province interessate, 5.328 gli immobili proposti agli enti locali e al Demanio per un valore complessivo di oltte 422 milioni. Di questi, 1669 non avendo ricevuto nessuna manifestazione di interesse, non hanno poi trovato una destinazione.
Ad ogni modo la conferenza di servizi e la piattaforma informatica realizzata dall’Agenzia hanno consentito di proporre per la destinazione 3.102 immobili nel 2018 a fronte dei 1.924 dell’anno prima, che vale un incremento del 61%.
Si può e si deve fare di più
Oltre un terzo degli immobili offerti dall’Agenzia, tuttavia, non sono stati assegnati perché non richiesti. Il che manifesta quantomeno l’impreparazione e l’incapacità progettuale dei territori. E suggerisce un «ripensamento strategico».
Il tema non è già più quanti beni l’Agenzia riesca a restituire alla collettività, ma quanti di questi istituzioni e cittadini siano in grado di riassorbire.