Professionisti e intelligenza artificiale: gli studi più grandi la utilizzano di più
C’è una proporzione diretta tra dimensione dello studio e utilizzo dell’intelligenza artificiale come supporto cognitivo e per migliorare produttività, qualità e tempestività di analisi e redazione di documenti. Apertura a una conoscenza più approfondita. Non mancano le preoccupazioni
Curiosità e apertura alla conoscenza, accompagnata anche da qualche perplessità. Questo, in estrema sintesi, il “sentiment” che caratterizza i professionisti - sia autonomi che dipendenti - nei confronti dell’intelligenza artificiale. Il rapporto dei professionisti con la novità tecnologica del secolo è stato esplorato attraverso un sondaggio realizzato dall’Osservatorio delle libere professioni - Fondazione di Confprofessioni sotto la responsabilità scientifica di Tommaso Nannicini. Il sondaggio è stato somministrato nel settembre-ottobre 2025 ed è il risultato dell’elaborazione di 1.180 risposte date da professionisti attivi in tutta la gamma delle specializzazioni afferenti a Confprofessioni, sia nell’attività libera che nel lavoro dipendente. Ne è emerso un quadro approfondito e dettagliato - riassunto nel capitolo XII del rapporto (a cura in particolare di Camilla Lombardi) - sia sotto il profilo dell’utilizzo dello strumento, sia sulla valutazione dell’utilizzo stesso e sulla possibile evoluzione dell’utilizzo nel tempo.
Va subito detto che emerge una polarità piuttosto netta tra chi ha accolto la novità e la utilizza e chi invece se ne è tenuto distante. Il 58,2% degli intervistati dichiara di utilizzare frequentemente lo strumento (con oscillazioni che vanno dal 45,9% di architetti, geometri, medici e altri professionisti della sanità al 76,7% dei professionisti di area economico-finanziaria). Il 25,4% risponde che la utilizza raramente e il 16,4% che non la utilizza mai.
Un’altra polarizzazione interessante - da mettere in correlazione con quella appena descritta - è quella che vede, da una parte, l’utilizzo dell’IA negli studi più numerosi e articolati e, dall’altra, lo scarso o nullo utilizzo negli studi più piccoli. «L’adozione dell’IA da parte dei professionisti titolari di studio - si legge nel rapporto - aumenta con la dimensione della struttura: la quota di utilizzatori frequenti passa dal 47,8% tra chi ha un solo dipendente al 51,7% tra chi ne ha due, fino al 62,8% negli studi con tre collaboratori e al 70,2% tra quelli con dieci o più. La percentuale più alta si riscontra nelle strutture di medie dimensioni (6-9 dipendenti, 72,9%), dove l’intelligenza artificiale è probabilmente impiegata in modo più sistematico nei processi organizzativi e gestionali». Il dato colpisce proprio perché sembra smentire il pregiudizio secondo cui la tecnologia tende a rendere superflua o inutile la competenza umana: «questo andamento - conclude il rapporto - suggerisce che una maggiore articolazione organizzativa favorisce l’integrazione di strumenti digitali nei processi di lavoro».
«Il maggiore o minore utilizzo dell’intelligenza artificiale nell’attività professionale non è legato né a un tema generazionale, né di genere e neppure di localizzazione territoriale: è un tema correlato alla dimensione dello studio professionale», conferma Paola Fiorillo, componente della giunta di Confprofessioni con delega alla Digitalizzazione e all’Intelligenza Artificiale: «più cresce la dimensione dello studio, maggiore è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Più piccolo è lo studio, minore è l’utilizzo dello strumento e anche la percezione della sua utilità».
Un altro dato che colpisce è l’alto grado di utilizzo dell’IA, accompagnato a una dichiarata non piena conoscenza dello strumento e delle sue potenzialità. Alla domanda posta agli utilizzatori dell’IA «qual è la tua conoscenza circa l’intelligenza artificiale?» le risposte più ricorrenti hanno indicato una conoscenza superficiale (tra il 17,2% e il 37,7%, a seconda delle specializzazioni) e di base (tra 40,4% e 78,9%) mentre pochissimi dichiarano una conoscenza approfondita (tra il 2,6% e il 26,9%).
Come viene utilizzato lo strumento? Qui le risposte variano molto a seconda delle singole professioni. Le funzioni in assoluto più ricorrenti dichiarate dagli intervistati riguardano la «generazione e revisione di testi (relazioni, pareri, contratti, atti, ecc.)» con il 57,8% di risposte (il questionario prevedeva risposte multiple) e la «ricerca normativa, giurisprudenziale o contrattuale» con il 52,1% di risposte. Seguono: «traduzioni in altre lingue» (38,1%); «sintesi automatica di documenti» (36,3%); «analisi di dati (fiscali, contabili, giuridici, clinici, ecc.)» (22,1%); «generazione di immagini, audio o video (es. per presentazioni, formazione o comunicazione)» (20,4%); «aggiornamento e formazione professionale» (20,2%).
Al di là del dato medio, appare utile riportare le singole scelte dei professionisti che operano nei vari ambiti. «II commercialisti e i consulenti del lavoro confermano l’integrazione dell’IA a supporto delle attività operative: oltre la metà la impiega per la ricerca normativa o contrattuale (rispettivamente 65,3% e 59,9%), per la generazione e revisione di testi (54,5% e 66,4%), e circa un terzo dei commercialisti ne fa uso per l’analisi di dati fiscali o contabili. Tra i consulenti del lavoro, inoltre, emerge una specializzazione funzionale: uno su due (50,4%) utilizza l’IA per attività legate alla compliance normativa e contrattuale, in coerenza con la natura consulenziale e regolativa della professione. Gli avvocati e i notai impiegano l’intelligenza artificiale soprattutto per la ricerca giurisprudenziale o normativa (67,8%) e per compiti di redazione e revisione di atti e documenti (50,4%), evidenziando una chiara vocazione all’uso dell’IA come strumento di supporto alla conoscenza e alla documentazione legale».
«Nel settore sanitario, pur registrando una diffusione complessivamente più limitata, l’intelligenza artificiale viene impiegata in modo selettivo e mirato. Oltre un terzo dei professionisti (34,0%) la utilizza per attività di formazione e aggiornamento, mentre il 27,7% la applica all’analisi di immagini diagnostiche, evidenziando un uso prevalentemente specialistico e orientato alla crescita professionale rispetto ad altri ambiti». «Tra gli archeologi e le altre professioni culturali, l’intelligenza artificiale assume invece un profilo più creativo: oltre un terzo la utilizza per la generazione di immagini, audio o video (39,5%) e di contenuti per la comunicazione e il marketing (36,8%). Inoltre, il 23,7% la utilizza per lo sviluppo di nuovi servizi professionali. Anche una quota consistente di ingegneri e architetti e geometri la utilizza per la produzione di immagini e materiali visivi, rispettivamente il 29,1% e 23,7%».
In conclusione: l’intelligenza artificiale è attualmente concepita «come strumento di supporto cognitivo utile per migliorare la produttività, la qualità e la tempestività delle attività di analisi e redazione». L’apertura alla novità - nell’attuale fase di una prima timida regolamentazione e in una scarsità di sussidi economici e formativi - trova una coerente domanda di continuità nella conoscenza dello strumento. Il sondaggio conferma l’ampia disponibilità a fruire di formazione e sostegni economici per proseguire in un percorso e - presumibilmente - per un utilizzo sempre più mirato e proficuo dello strumento.
Il grado di accoglienza e di entusiasmo nei confronti della novità si accompagna a forti considerazioni di cautela e di preoccupazione nei confronti. Il dato emerge in maniera molto netta soprattutto dalle risposte fornite dai lavoratori dipendenti. Vale la pena di riportare la media delle risposte fornite (il questionario consentiva risposte multiple). Nel 58,5% dei casi «le emozioni» suscitate sono di interesse/curiosità. Immediatamente dopo vengono segnalati sentimenti di «preoccupazione» (49,4%), «incertezza» (28%) e «scetticismo» (26,9%). Tra coloro che hanno dichiarato di non utilizzare l’IA, il 36,6% ritiene che influisca negativamente sul pensiero critico e il 23,2% ritiene che influisca negativamente sulla capacità decisionale.







