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Rinnovabili, aste Gse deserte in Italia mentre in Spagna è boom di domande

Francesco La Camera (Irena): «Le previsioni del Piano italiano energia e clima sull’incremento delle rinnovabili del 30% entro il 2030 dovrebbero essere più ambiziose»

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di Laura Serafini

Quanto sta accadendo in Italia con le aste per le rinnovabili indette dal Gse è preoccupante. Nell’ultima asta di gennaio, su un totale di 1,2 gigawatt per impianti fotovoltaici sono stati assegnati 300 megawatt, nei fatti molto meno delle aspettative». Negli stessi giorni in Spagna veniva indetta un’asta per 3 gigawatt che ha ottenuto una domanda tre volte superiore all’offerta (9,7 gigawatt), con 82 partecipanti e 32 vincitori. A parlare è il direttore generale di Irena, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, nata nel 2010, con sede ad Abu Dhabi e 164 paesi aderenti. Irena sta progettando la road map per stabilire tempi e tecnologie che permetteranno all’Unione europea di centrare il target della neutralità carbonica entro il 2050. Francesco La Camera è italiano; prima di arrivare nel Golfo era direttore generale del ministero per l’Ambiente con responsabilità per lo sviluppo sostenibile e la cooperazione internazionale. Il suo punto di vista da un osservatorio internazionale rappresenta un prezioso contributo ora che il governo Draghi ha deciso di accelerare la svolta green del paese.

«Non è solo la Spagna a correre sulle aste, anche il Portogallo e molti altri paesi. In Italia le imprese che partecipano alle aste devono farsi carico di ottenere l’autorizzazione unica – continua -. La verità è che ci sono pratiche ferme da troppo tempo. Il fatto che, ad esempio Enel, la prima utility al mondo nello sviluppo delle rinnovabili, insieme ad altre aziende italiane leader nel settore, non possano investire come vorrebbero in Italia colpisce e preoccupa. Questa storia delle autorizzazioni andrebbe risolta rapidamente». In base alle norme vigenti, i tempi per l’autorizzazione unica non dovrebbero superare i 90 giorni. Le autorizzazioni per gli impianti rinnovabili restano invece bloccate in media per un anno e mezzo; quelle per gli impianti eolici 5 anni, con punte di 9 anni. Per autorizzare una colonnina per la ricarica elettrica ci voglio in media 350 giorni. «Le aste in Italia non solo vanno deserte, ma anche per le quote assegnate i prezzi sono molto alti. Queste procedure funzionano tipicamente perché aumentano la competitività e riducono il prezzo dell’energia elettrica: chi vince si impegna a fornire energia a una controparte a un determinato prezzo (con i contratti Ppa, nei fatti disintermediando i distributori di energia, ndr) – spiega il dg -. Ma la scarsa partecipazione ha lasciato i prezzi a 68 euro a megawattora in Italia, contro 25 euro in Spagna, 17 euro in Portogallo e 13 euro nei paesi del Golfo. Le cifre più alte sono legate alle difficoltà di acquisizione dei suoli, ma soprattutto all’incertezza autorizzativa. Serve un intervento di semplificazione: una assoluta priorità per il governo Draghi». L’idea di mettere assieme le competenze ambientali con quelle per la transizione energetica in un unico ministero può servire? «È sicuramente una mossa buona, perché favorisce il dialogo tra due parti dell’amministrazione, spesso con vedute diverse, che ora sono chiamate a collaborare più strettamente nello stesso ministero – chiosa -. Ma bisogna fare in fretta».

Il 37% dei fondi del Recovery Plan è destinato alla lotta per il cambiamento climatico. Per accedere ai finanziamenti occorrono progetti validi e la capacità di rendicontare gli interventi alla Commissione europea, che procederà agli esborsi sulla base degli stati di avanzamento. «Per questo motivo bisogna sfruttare le capacità progettuali che hanno le aziende italiane, fra queste Enel, Snam, Eni. Se si vogliono raggiungere obiettivi complessi, come la diffusione delle infrastrutture di ricarica per la mobilità elettrica – fa notare - occorre che il governo avvii in tempi brevi procedure per la presentazione di proposte progettuali innovative e credibili. Sarebbe necessario avviare al più presto una competizione di idee su questi grandi aree di intervento. È questa una grande occasione per costruire partnership pubblico-private che permettano al paese di muoversi verso l’innovazione tecnologica delle reti e in tutte le altre tecnologie in modo efficace. Non tutto può essere gestito dal pubblico e con le modalità del pubblico». Il governo Draghi dovrà compiere anche altri passi importanti per allineare i target italiani a quelli europei.

«Le previsioni del Piano italiano energia e clima sull’incremento delle rinnovabili del 30% entro il 2030 dovrebbero essere più ambiziose. Lo erano poco anche rispetto al target europeo del 32 %; se non fanno da traino Grecia, Spagna, Italia e Portogallo che hanno le risorse naturali quali paesi lo dovrebbero fare? Il Pniec dovrà peraltro essere aggiornato alla luce dei nuovi impegni europei, visto che l’Ue ha alzato al 55% i target per la diminuzione delle emissioni e che il nuovo target europeo per le rinnovabili potrebbe aggirarsi intorno al 40% al 2030», osserva. Per La Camera anche l’idrogeno verde offre opportunità, per accelerare la transizione dei settori industriali “hard to abate” e per il trasporto navale o per il traffico merci su strada. «Nel contesto della strategia per l’idrogeno elaborata dal Mise, il governo sarà chiamato a considerare con attenzione le proprie scelte sulla governance dell’idrogeno verde: se realizzare grandi impianti per la produzione in prossimità dei siti industriali da servire o se invece adattare l’attuale rete per la distribuzione del gas o un mix dei due – spiega -. Bisognerà ricercare e promuovere le migliori soluzioni tecnologiche. Il futuro del sistema energetico si baserà sulle rinnovabili, con il complemento di idrogeno verde e della moderna bioenergia». Poi c’è la questione del ruolo che l’Italia dovrebbe recuperare a livello internazionale. Il segretario generale dell’Onu ha convocato per il settembre di quest’anno l’High Level Dialogue sull’energia, il primo dopo quaranta anni e la crisi petrolifera. Servirà a definire i nuovi impegni per la riduzione delle emissioni che gli Stati devono rinnovare in occasione della Cop26. «Il dialogo è organizzato su 5 gruppi di lavoro: accesso all’energia, transizione energetica, innovazione tecnologica, finanza e just transition – spiega -. Irena è stata chiamata ad assumere il ruolo di co-lead del team dei paesi selezionati come “Champions” per la transizione energetica. Il maggior numero di paesi è in questo gruppo: tra questi Spagna, Germania, Danimarca. L’Italia non c’è. Sarebbe auspicabile che il governo Draghi possa far sì che sia riconosciuto all’Italia, per la propria leadership nel campo delle rinnovabili, il ruolo di “Champion” in preparazione dell’High Level Dialogue che si terrà a New York a settembre».

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