Imprese

«Ingegnerizzare la transizione»: il primo passo per mettere a terra gli investimenti (non solo) del Pnrr

di Umberto Sgambati (*)

In breve

INTERVENTO. Necessario coinvolgere imprese leader ma ben radicate nel territorio e rimuovere gli ostacoli al partenariato pubblico-privato

Viviamo una fase storica in cui tutti i riferimenti tecnologici sembrano essere superati dall'irruzione di cambiamenti epocali - di ordine ambientale, sociale, sanitario - che impongono una rapida transizione verso il Nuovo. Siamo da tempo sollecitati da ambiziosi indirizzi di politiche, programmi, iniziative a vario livello (dall'Onu all'Ue) che spingono verso obiettivi che appaiono incompatibili con i tempi ed i modi con i quali tante volte in passato, dalla prima rivoluzione industriale in avanti, si sono verificate sostituzioni tecnologiche in ogni campo, e che ora invocano invece l'urgenza di un cambiamento veloce, dirompente.

Non è un caso se «disruptive» è l'aggettivo più trendy nei discorsi che ogni giorno si fanno sulla Transizione!

Ma l'attesa quasi messianica delle maturazioni di straordinarie innovazioni da qui a 10, 20 o anche 30 anni rischia paradossalmente di frenare il rinnovamento dell'esistente, fisiologico per obsolescenza o conveniente sulla base di un'analisi tecnico-economica, per il timore di ritrovarsi con opere, impianti e infrastrutture già superate al momento di entrare in esercizio o poco dopo (gli «stranded asset»). D'altra parte dispiegare da subito tecnologie ancora lontane dalla piena maturità non sarebbe economicamente sostenibile: non lo sarebbe evidentemente per le aziende, ma neanche per lo Stato, che dovrebbe impegnare risorse ingenti sotto forma di incentivi (un film già visto!).

La combinazione di questi elementi rischia di trasformare la «Transizione ecologica» in una sterile gara alla diffusione di messaggi evocativi che promettono impegni ambiziosissimi, ma per il lontano futuro. Con il concreto rischio che gli impegni rimangano tali e raggiungano al più il magro risultato di migliorare a breve termine ed a buon prezzo la reputazione di chi di volta in volta li dichiara. Invece la Transizione è una corsa a tappe, ciascuna ugualmente importante, perché tutte assieme disegnano una traiettoria autenticamente sostenibile verso il Nuovo, che non sarà mai raggiunto con un sol balzo, né con passi incerti o troppo lunghi.

Decidere il numero, la lunghezza e la durata di ogni tappa; individuare e dispiegare tecnologie innovative già sufficientemente mature, e soprattutto idonee al contesto nazionale; metterne a punto di nuove, sviluppandole e sperimentandole in modo che siano a loro volta disponibili per le tappe successive; impiegare i migliori strumenti di partenariato tra pubblico e privato, magari modificandoli per favorirne un utilizzo diffuso, per massimizzare i benefici e ridurre tempi e rischi di questa lunga marcia. Ecco: tutto questo costituisce a mio avviso la vera sfida della Transizione.

«La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie». A fidarsi di Albert Einstein (è sua la frase così spesso evocata in questo periodo) viviamo dunque un'epoca straordinaria, un'epoca in cui un modello di sviluppo è entrato in crisi ma un nuovo modello è ancora lontano, ed è possibile solo intravederlo: noi siamo in mezzo al guado, e straordinarie opportunità si spalancano davanti a noi. A fugare dubbi residui dovrebbe bastare l'analisi del corposo documento che costituisce il Piano nazionale di ripresa e resilienza, presentato dal Governo italiano alla Commissione europea il 30 aprile scorso: 6 missioni, suddivise in 16 componenti, ciascuna a sua volta comprendente più linee di intervento (in tutto 43), articolate in diverse azioni. Per un investimento complessivo di 235 miliardi di euro, tra finanziamenti europei (a fondo perduto ed in prestito) e fondo complementare nazionale.Il tutto da pianificare, progettare, autorizzare ed avviare in tempi strettissimi (non oltre il 2023) e completare rispettando i cronoprogrammi, oltre che tempi, costi e qualità; e in ogni caso, entro il 2026.

Un piano ambiziosissimo, anche per la varietà e la vastità dei progetti previsti: dall'efficienza energetica e riqualificazione dell'edilizia privata e pubblica, con particolare attenzione a quella scolastica ed ospedaliera, alle fonti rinnovabili; dal trasporto pubblico e la mobilità sostenibile, alle grandi opere stradali, ferroviarie e portuali; dal monitoraggio intelligente del nostro ricchissimo patrimonio edilizio ed infrastrutturale, all'ingegneria per la sua manutenzione, messa in sicurezza e prevenzione; dalla digitalizzazione della pubblica amministrazione e del sistema sanitario, alle nuove frontiere della telemedicina e della cura e del benessere della persona. E molti altri progetti ancora, in grado di innescare un virtuoso processo di innovazione e crescita economica, oltre che di costituire uno straordinario campo di gara per le migliori capacità ingegneristiche del Paese, che dovranno produrre uno sforzo eccezionale e dare il meglio di sé affinché i numerosi vincoli esterni, di natura procedurale e temporale, oltre che tecnica, non impediscano il raggiungimento di obiettivi tanto ambiziosi ed importanti.

Tuttavia, la sfida scientifica, tecnologica e gestionale che ci attende - benché di portata epocale - non è l'unica, specialmente se si guarda al Pnrr come al primo passo della Transizione. Ne vanno aggiunte almeno altre due: una di ordine economico, l'altra di ordine sociale.

Partiamo dalla prima. Perché possa affermarsi un nuovo modello di sviluppo che, per citare le parole del Green Deal europeo, consenta «di azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050, in tutti i settori dell'economia, dalla generazione di energia elettrica, a tutta l'industria, l'agricoltura, le autovetture, autobus, aerei, navi, garantendo al contempo la biodiversità e l'uso sostenibile delle risorse naturali, senza compromettere la crescita economica, anzi incrementandola, aumentando così' il benessere dei cittadini europei», occorre investire tantissime risorse nelle nuove tecnologie, ma occorre farlo adottando strumenti specifici in funzione del livello di maturità tecnologica raggiunta.

Interventi - ed incentivi - non commisurati all'effettiva "maturazione" porterebbero inevitabilmente all'inutile sperpero di denaro pubblico, senza avvicinare l'obiettivo comune ed avvantaggiando pochi beneficiari. Siamo perciò in presenza di un problema di ottimizzazione: occorre avvicinarsi all'obiettivo di progetto al minimo costo- - in ogni caso ingentissimo - altrimenti lo sforzo risulterebbe inutile, ed alla fine di fatto insostenibile.

Per la sostenibilità economica della Transizione sarà necessario individuare gli strumenti regolatori e finanziari più adatti, ricorrendo il più possibile al partenariato pubblico-privato: vanno coinvolte le migliori capacità ingegneristiche, manageriali, imprenditoriali e finanziarie (come noto, i capitali privati nei conti correnti degli italiani ammontano ad una cifra circa 8 volte superiore all'intero importo del Pnrr!) che siano in grado di assicurare la sostenibilità tecnico-economica della Transizione ma anche la perfetta e pragmatica conoscenza del territorio, a garanzia di progetti tagliati sui reali bisogni e non calati aprioristicamente dall'alto.

Si rivelerà a tal proposito fondamentale - e la globalizzazione lo impone - la presenza e l'operato di aziende leader, ben radicate nel territorio ma dotate di antenne nei mercati internazionali, che sappiano integrare e sviluppare la capacita e la creatività delle eccellenze del luogo, garantendo il salto di qualità necessario a realizzare lo snodo tra gli attori locali ed il resto del mondo.

Veniamo all'altra sfida che caratterizza il progetto della Transizione, quella di ordine sociale. Il nocciolo della questione è rappresentato dagli aspetti autorizzativi. È infatti chiaro che un sistema di misure cosi organico e diffuso richiede la realizzazione di opere ed infrastrutture di ogni genere: dai trasporti alle telecomunicazioni, dall'energia alla gestione delle acque e dei rifiuti, dalle reti - fisiche e digitali - agli interventi sull'edilizia esistente (di recupero ed efficientamento, ma anche di demolizione e ricostruzione, per centinaia di migliaia di immobili – se solo si intervenisse su un immobile ogni 100, gli edifici interessanti sarebbero più di 700 mila); dalle modifiche urbanistiche ed infrastrutturali delle città - sempre più smart ed ecosostenibili- ai recuperi di borghi ed aree interne, destinati a diventare "propaggini" delle aree urbane connesse da infrastrutture digitali ed in grado di garantire una diversa qualità della vita; dalla riqualificazione e potenziamento degli stabilimenti produttivi per adeguarli a nuove fonti di energia, alla realizzazione delle nuove centrali ed infrastrutture per la produzione, lo stoccaggio e la gestione della nuova green energy.

Ma tutti questi interventi - e l'elenco completo sarebbe lunghissimo - sono oggi di fatto ostacolati, quando non addirittura impediti, da una radicata opposizione al cambiamento; e questo anche in presenza di progetti ben congegnati, nel rispetto delle norme e del territorio, oltre che supportati da valutazioni d'impatto complete e corrette. Questa opposizione, spesso preconcetta, va affrontata e mitigata con un attento percorso di informazione e di coinvolgimento che richiede conoscenza, trasparenza, credibilità ed onestà intellettuale.Anche questo sarà un tassello fondamentale del progetto della Transizione.

Progettare in modo efficace ed efficiente la Transizione significa quindi integrare competenze diverse: tecniche, innanzitutto, ma anche socio-urbanistiche, economico-finanziarie, manageriali, comunicative, etc. Tutte insieme devono definire ed abilitare un percorso incrementale verso il Nuovo ed individuare le diverse tappe, in funzione delle tecnologie mature e disponibili e con specifica attenzione al contesto territoriale. E poi essere in grado di individuare per tempo i potenziali ostacoli e saper proporre i possibili rimedi, gestire i rischi, analizzare all'occorrenza ipotesi alternative e proporre le necessarie varianti, riprogrammare rapidamente gli interventi per rispettare le scadenze ed i budget previsti. Infine, non ultimo, ottimizzare gli investimenti, con la partecipazione di capitali privati, quale ulteriore garanzia della capacità della classe imprenditoriale e del coinvolgimento della stessa, proponendo naturalmente misure eque per un'adeguata remunerazione.

Occorre quindi disegnare interventi concretamente ed autenticamente sostenibili, che mettano in atto la Transizione passo dopo passo e che siano basati su uno stretto e leale rapporto con il territorio, attraverso il coinvolgimento della progettualità e delle risorse locali guidato dalle migliori e più organizzate realtà imprenditoriali, che operino seguendo linee guida definite dal regolatore pubblico.È dunque il momento di «Ingegnerizzare la Transizione».

(*) Amministratore delegato di Proger SpA, Presidente vicario di Confindustria Chieti-Pescara

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